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L'educatrice Roberta è tornata da Palermo: ecco com'è andata

Pubblicato da Fondazione Arché

data articolo 14/05/2018 autore Fondazione Archè categoria articolo ARTICOLI
 
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Si entra subito nel vivo. Nel vivo della vita delle mamme e dei bambini, delle loro storie, delle emozioni intense che si producono nella vita di una comunità. Anche Roberta Sabbatini, educatrice di Arché, è tornata dalla sua esperienza di scambio.

Così dunque come vi avevamo raccontato di Luisa Maria Gloria Martino, operatice del centro Padre Nostro di Palermo fondato da don Pino Puglisi e delle sue due settimane nella Casa Accoglienza di Arché di Milano, ora vi raccontiamo di Roberta che a Palermo ha fatto la stessa cosa. “Sono tornata agli inizi di maggio – ci racconta – ho preso il posto di Luisa Maria Gloria. I primi giorni sono stati di comprensione delle storie delle mamme, una specie di inserimento. Ho visitato le strutture, mi hanno spiegato i vari centri che ha l’associazione, la storia. Poisono entrata nel vivo”.

Ci sono due differenze che, facendo una valutazione a posteriori, Roberta ha trovato, tra la situazione delle mamme di Palermo e quella delle mamme di Milano: “Mi è sembrato che lì le mamme abbiano meno autonomia rispetto alle nostre.Per un motivo concreto: spessoper motivi di sicurezza il Tribunale decide, almeno per un periodo iniziale, di porre delle restrizioni alla libertà di uscita dalla comunità della madre coi figli. I motivi sono tanti: il principale è perché vengono da quartieri con situazioni familiari pericolose. Per motivi di sicurezza, quindi, il Tribunale valuta che sia meglio non far uscire le mamme da sole coi bambini”.

Questo ha una ricaduta concreta sul lavoro degli educatori che, a differenza di quelli di Milano, hanno tutto “il peso” della gestione dei bimbi sulle loro spalle.

“Mentre le nostre mamme tendenzialmente hanno meno restrizioni – continua Roberta – al centro Padre Nostro capitano come dicevo situazioni dove ce ne sono di più. La differenza dunque è che a Milano possiamo puntare molto sull’autonomizzare le mamme: sono loro a portare i figli a scuola, ad andarli a prendere, ad accompagnarli alle visite dal dottore. Questo è utile: abbiamo più strumenti per valutare come si muovono nel contesto sociale. A Palermo succede meno di frequente: sono gli educatori a gestire i bambini e a portarli all’esterno in tutte le loro attività”.

Un’altra grossa differenza che ha notato Roberta è questa: “Probabilmente a causa dei servizi che a Palermo sono meno efficienti dei nostri, le mamme dopo il percorso comunitario vanno direttamente in autonomia mentre da noi passano in semiautonomia negli appartamenti. Per questo, i colleghi palermitani mi hanno chiesto molto di raccontar loro come funziona e cosa comporta questo passaggio che da loro manca.

È un passaggio importante perché la nostra esperienza milanese ci ha aiutato a capire che rimandare subito fuori il nucleo mamma e bambino che ha passato molto tempo in una comunità crea ansia e difficoltà. Il distacco è troppo forte: lasciare che passino da una realtà protetta ad una totalmente opposta, in piena autonomia, re-immersi nel mondo da soli, è un cambiamento grosso che spesso scompensa e disorienta. Ecco perché facciamo il passaggio dalla comunità agli appartamenti di semiautonomia prima di fare il salto finale”.

Roberta ha avuto l’occasione a Palermo di partecipare alla presentazione di un nuovo asilo nido cheil centro Padre Nostro di don Pino Puglisicostruirà nel quartiere Brancaccio: “C’erano il sindaco e la sua giunta insieme al prefetto di Palermo – ha raccontato – e moltissime associazioni che hanno preso parola per dare la loro testimonianza. Mi ha colpito moltissimo quanto l’associazione di don Puglisi agisca, come molte altre, per arginare situazioni di degrado sociale e umano. Sono realtà fondamentali, si sostituiscono alle istituzioni che sono molto assenti”.

“Per me è stata un’esperienza bellissima e molto formativa – conclude Roberta - e penso che dovremmo cercare di continuarla: l’educatore è costretto a reinventarsi maggiormente in un contesto nuovo ed è davvero utile. Lavorare con nuovi colleghi ti costringe a rimetterti in gioco totalmente. Inoltre, provi molte emozioni: l’accoglienza delle mamme e dei bambini è stata splendida e anche il saluto finale. È una cosa che mi porterò sempre dentro”.

Fonte: www.arche.it

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