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MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:26/07/2010
La pubblicazione della lettera del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, sul nostro sito, voleva essere segno di condivisione non solo di un pensiero ma, di un modo di essere, Manfredi ha testimoniato con la sua vita come si può essere se stessi senza cercare, agevolazioni, raccomandazioni, scivoli e senza barattare il suo cognome con niente e nessuno.
Giungano a lui ed ai suoi familiari il nostro più sentito "Grazie" per come hanno saputo, in tutti questi anni, tenere viva la figura di Paolo Borsellino, sia come magistrato ma soprattutto come padre.
“Grazie caro papà”
di Manfredi Borsellino
Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.
Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.
Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.
Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.
La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.
Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.
Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.
Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.
Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.
Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.
La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.
Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.
Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.
D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.
Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.
*(La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore).
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:30/06/2010
50 anni di fedeltà a Cristo
Padre Giuseppe Puglisi e’ stato parroco nel quartiere dove è nato, a Palermo, Brancaccio.
Ordinato parroco nel 1960 da Ernesto Ruffini, Cardinale di Palermo.
Nel 1970 Padre Puglisi diventa parroco di Godrano, un paesino alle porte di Palermo a forte contaminazione criminale, riuscirà nella enorme impresa di mettere d’accordo due famiglie in lotta e a far finire di fatto una faida in corso.
Fino al 1990 e’ attivo autore di diverse iniziative ricoprendo numerosi incarichi, presso l’azione cattolica e come insegnante in varie scuole di Palermo.
Proprio nel 90 viene designato parroco a Brancaccio, un quartiere difficile ,in cui Padre Puglisi si mette alacremente al lavoro.
Le sue numerose iniziative e l’apertura del Centro Padre Nostro gli costano numerose minacce da parte dei capimafia della zona, i fratelli Graviano , irritati soprattutto dal suo continuo parlare contro la mafia.
Il 15 settembre 1993, quattro killer lo attendono sotto casa, due di loro , Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza, lo fermarono e il primo, racconterà ai magistrati, dopo essersi pentito che Spatuzza lo prese per un braccio sussurrando “padre, questa è una rapina ” a cui Don Puglisi risponderà con un sorriso e un enigmatico “me lo aspettavo”, mentre Grigoli, a quanto pare non visto, gli sparò alla nuca.
La vicenda di Padre Puglisi lascerà particolarmente sconvolto Grigoli, che intraprenderà una vero e proprio profondo pentimento, ma anche Spatuzza non restò immune dall’episodio e si pentirà 16 anni dopo.
Parliamo di Killer che avevano all’attivo una quarantina di omicidi.
Le dichiarazioni di Grigoli e quelle di Spatuzza sono costante a entrambi l’ergastolo, come anche ai Fratelli Graviano e altri ideatori dell’omicidio.
Alcune teorie girano intorno al vero motivo dell’uccisione.
Tolta la diffamazione che si provò a imbastire facendo passare Padre Puglisi per un prete pedofilo e chiacchierato, i veri motivi risiedevano ,tanto da suscitare le ire dei boss.
Quest’anno in preparazione del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Padre Pino Puglisi (02/07/1960 - 02/07/10), l’Arcidiocesi di Palermo, per volontà del suo Arcivescovo Mons. Paolo Romeo, ha voluto ricordare Padre Pino Puglisi con una tavola rotonda dal titolo: “P. Pino Puglisi…quale pastorale?” svoltosi presso l’auditorium S. Salvatore e con l’assemblea presbiterale dal titolo “ P. Pino Puglisi…con gli occhi nostri”, presso la parrocchia Maria S.S. del Divino amore in San Gaetano che fu’ di Padre Pino Puglisi.
Dalle testimonianze e dalle relazioni di questi due momenti, sono venute fuori alcuni aspetti della figura di Puglisi ; l’aspetto del sacerdote –educatore , la sua capacità di ascoltare i giovani, la capacità di donarsi in maniera profetica attraverso il Centro Padre Nostro , ai poveri della sua Parrocchia.
Il Centro Padre Nostro per lui diventa strumento di contatto con la gente , incarna la diaconia della chiesa , è il luogo dove Cristo incontra i suoi figli prediletti, dove Egli si fà Pane.
Puglisi diceva e insegnava ai suoi giovani :
“A queste persone noi dobbiamo portare Pane e Vangelo un vangelo disincarnato perde la sua efficacia, fallisce il suo obbiettivo che e’ quello di portare a Dio tutta l’umanità. Puglisi dona quel farsi pane del Cristo ai poveri ed egli che lo ha voluto imitare sino alla fine, si fa olocausto per la sua gente, si consegna alla mafia per i suoi poveri e prima di morire regala un sorriso al suo killer che non servirà a disarmare la mano omicida di Grigoli ma farà di più, lo redimerà consegnandolo come uomo nuovo a Dio suo creatore. Il primo miracolo che fa Puglisi è quello di far ricongiungere la creatura (Salvatore Grigoli, assassino di P. Puglisi) al suo creatore, Dio. Una testimonianza cosi forte cosi tangibile incarnata nel Primo sacerdote, Cristo, diventa sequela per tutti gli aspiranti sacerdoti che dovranno portare linfa nuova e dinamismo nella chiesa del terzo millennio. Oggi la chiesa , deve saper cogliere il messaggio di Puglisi e riconoscere ciò a cui la gente di Brancaccio crede e cioè che il loro Parroco è morto da vero Martire.
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:18/06/2010
In data 19 giugno 2010 era prevista, in Piazza Politeama, una manifestazione volta a sensibilizzare la gente sulle problematiche carcerarie (sovraffollamento, percorsi di reinserimento sociale, assistenza alle famiglie, Cassa delle Ammende, etc.).
Il titolo della manifestazione era "Detenuto per un minuto", perché ogni passante avrebbe fatto esperienza di come si vive "per un solo minuto" in 8
persone in una cella di 5 mt. per 4; montata in Piazza Politeama. La manifestazione prevedeva, infatti, che le persone seguissero l'iter che affronta un detenuto, da quando giunge in carcere sino alla sua assegnazione ad una cella.
Il P.R.A.P." (Provveditore Regionale Amministrazione Penitenziaria ), Dott. Faramo e il Garante dei diritti dei detenuti, On. Salvo Fleres, avevano dato
la loro adesione all'iniziativa.
Avremmo, inoltre, dato visibilità alle attività che il mondo del volontariato penitenziario quotidianamente svolge, sia all'interno delle carceri che fuori dai penitenziari, assistendo le famiglie dei detenuti.
Purtroppo tutto questo non è stato possibile, perché l'Amministrazione Comunale non ci ha fatto pervenire le dovute autorizzazioni per occupare il suolo pubblico richieste in data 21/05/210 e 04/06/2010).
Certamente, in un mondo e in un sistema di illegalità diffusa, avremmo potuto occupare Piazza Politeama abusivamente, ma non ci siamo sentiti di perpetuare un sistema che, forse, raggiunge nell’immediato il risultato, ma allontana ancora di più la gente dai problemi che affliggono gli altri (la situazione dei senza casa, quello dei senza lavoro, la condizione di precari ed L.S.U., la problematica dei detenuti, etc.).
Al Sindaco di Palermo vogliamo rivolgere un appello accorato: noi non vogliamo che lui non vada ad assistere alle partite del Campionato Mondiale, non vogliamo che non giochi più a tennis, non vogliamo che non vada più in barca. Anzi un Sindaco rilassato può solo portare benessere e serenità alla Città che governa. Chiediamo al Sindaco solo di individuare Dirigenti e Assessori capaci e competenti, perché collaborino con lui per lo sviluppo di Palermo.
Speriamo che questa ennesima disattenzione nei confronti dei nostri cittadini detenuti non cada, come le altre, nel dimenticatoio e che coloro che hanno sbagliato paghino.
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:05/06/2010
La Casa, un diritto per tutti?
Siamo molto lontani dal tempo in cui nel 1511 un facoltoso proprietario e banchiere della città di Ausbourg (Germania) inventò e costruì i primi alloggi per uso popolare gratuito, si chiamava Fugger Jakob.
Egli seppe unire l’interesse personale allo scopo sociale. La sua idea in fondo da origine agli sgravi fiscali che ogni governo elargisce a chi investe nel sociale a favore delle classi disagiate e svantaggiate.
Lui avrebbe pagato meno tasse all’imperatore Carlo V (in verità presto oltre 850.000 fiorini a Carlo V che questi usò per procurarsi l’elezione al Sacro Romano Imperatore contro Francesco I di Francia) e in cambio avrebbe costruito delle case per chi versava in condizioni di disagio economico, purchè fossero dei cattolici, in cambio loro versavano una piccola quota: 1 fiorino = 0,88 cent di euro di oggi all’anno che sarebbe servita a far officiare delle messe alla memoria del loro benefattore, naturalmente quando sarebbe morto e recitare tre preghiere al giorno per Jakob Fugger.
Ancora oggi, nella cappella del Villaggio Fugger (Fuggerei) un prete celebra messa con l’intenzione alla memoria di Jakob Fugger.
Ho letto nei giornali, circa 2 mesi fa, che il Signor Zamparini Maurizio, benefattore della nostra città perchè ha riportato agli onori del calcio che conta, la squadra di calcio del Palermo, ha proposto alla nostra amministrazione comunale di fargli costruire delle case, concedendogli tutte le autorizzazioni ma non per darle ai senza tetto, in cambio lui ci costruisce un più ampio e più bello stadio.
Cambiano i tempi e gi interessi diventano sempre più individualistici.
I due punti saldi che danno onorabilità ad un “capo famiglia” Palermitano sono: la capacità di sfamare la sua famiglia e mettergli un tetto sopra la testa, se uno di questi due punti non può essere raggiunto, quel “capo famiglia” è tacciato di essere “senza dignità”.
Ora voglio sottoporvi la mia breve riflessione, essendo io un figlio di un “capo famiglia” che 45 anni fa trasferì la sua famiglia negli scantinati, naturalmente occupati abusivamente, di Bonagia, per poi farsi assegnare una “casa popolare” nel quartiere di Falsomiele.
Io avevo appena 2 anni, ma se mi chiedete, posso raccontarvi i disagi che abbiamo vissuto io, i miei genitori e miei 4 fratelli per circa 1 anno di soggiorno in quei magazzini che condividevamo con altre 10 famiglie.
Questo non perché io ne possa avere una reale memoria ma perché ne ho percepito il dramma nel racconto dei miei familiari che lì hanno vissuto.
Mi chiedo: che dignità ha una classe politica che non mette nelle condizioni ogni “capo famiglia” di mettere nella testa dei propri congiunti un tetto? Perché, nonostante le dichiarate manifestazioni di solidarietà di alcuni politici, di alcune associazioni o di qualche singolo, forse troppo singolo prete, non riesce a porre come problema prioritario nell’agenda della politica regionale e cittadina, il problema dei senza casa?
Forse io posso azzardare una risposta; purtroppo noi viviamo in un paese dove le “Agende” vengono sempre “perse ” e quindi i nostri politici non si ricordano mai che c’è da affrontare questo problema, non avendo l’agenda sotto mano. Il problema della casa da dare ai poveri ad onor del vero, non nasce oggi ma è pur vero che ci sono stati politici di alto spessore, rispetto ai nostri, che vi hanno posto un reale rimedio ( vedi Alcide De Gaspari ed i sassi di Matera).
Oggi era in previsione la visione di un film di Vittorio De Sica del titolo “il Tetto” vi invito a vederlo, magari lo possiamo proiettare una sera nell’insula 3 dello Zen, invitando il sindaco, il prefetto, l’arcivescovo e il presidente della regione e il Presidente dell’IACP.
Considerando che noi non saremo mai cosi “sfortunati”, come il ministro Scagliola, a cui ignoti per sgarbo, gli hanno acquistato una casa a Roma vista Colosseo, dobbiamo ripiegare sulla fortuna da un lato, giocando alle infinite lotterie e dall’altro lato rivolgerci alla provvidenza, un pò come facciamo noi palermitani che quando vedono passare un carro funebre, prima ci facciamo il segno della croce e poi ci tocchiamo le palle, dando testimonianza che crediamo nella provvidenza di Dio, ma anche nella scaramanzia ( non si sa’ mai ).
E’ ora di fare delle scelte coerenti e chiare, dove sono tutte le associazioni che lavorano allo Zen?
Sono state invitate a questa mattinata di riflessione, dove sono? Dov’è la rete interistituzionale dello Zen? Non bastano più i comunicati di solidarietà, le grigliate di salsiccia, la distribuzione dei panini imbottiti o l’accudimento temporaneo dei bambini delle famiglie dei senza tetto.
Dobbiamo chiedere ed ottenere di partecipare a una riunione in prefettura sull’ordine e la sicurezza dove noi porteremo le nostre proposte, se ne abbiamo, io qualcuna ce l’ho ma lo dirò solo a chi andrà a rappresentare questa problematica a quel tavolo ,vi posso dire che coinvolge il comune di Palermo, l’IACP ed il privato sociale.
Quindi l’obbiettivo che ci dobbiamo prefiggere da qui a qualche giorno è quello di ottenere un incontro con il prefetto e con i componenti del tavolo sull’ordine e la sicurezza della città.
Più tetti nella testa delle famiglie ci saranno, più opportunità di lavoro sapremo offrire ,più reinserimento sociale per gli ex detenuti ci saranno più ordine e sicurezza ci sarà in questa splendida città che ad oggi è offuscata solo dalla mala politica e dalla scarsa partecipazione alla vita pubblica dei cittadini che vi abitano.
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:07/04/2010
Per la Quaresima di quest'anno ho ricevuto un dono da un amico, Padre Giuseppe Bellia che a sua volta lo ha ricevuto da Mons. Tonino Bello; è un dono così prezioso che non posso tenerlo solo per me, ecco perché ho deciso di condividerlo con voi.
Maurizio Artale
Presidente
La Quaresima: dalla testa ai piedi
(da un'omelia di Mons. Tonino Bello)
Una volta, nello scrivere una lettera alla mia Diocesi, decisi di darle proprio questo titolo, la Quaresima: dalla testa ai piedi. "Dalla testa", per lo shampoo di cenere che ci viene fatto il Mercoledì santo, "ai piedi" perché dopo la lavanda dei piedi finisce la Quaresima e comincia il
triduo pasquale. "Dalla testa ai piedi": un cammino abbastanza lungo. Non si tratta di percorrere il metro e mezzo o i due metri della nostra altezza, ma di andare dalla testa propria ai piedi degli altri. Un cammino lungo, molto lungo! Cenere e acqua, inoltre, sono gli ingredienti del bucato di una volta, simboli di penitenza e di servizio. Gesù ha compiuto proprio questo gesto.
La sera del Giovedì santo, si è alzato, è andato verso gli
Apostoli e ha preso loro i piedi per lavarli, anche i piedi di Pietro, che non voleva. Poi Gesù è andato da Giovanni e da Giuda. Ha lavato anche i piedi di Giuda, quei piedi che non sono riusciti ad entrare nell'immaginario della gente. Eppure sono stati anch'essi lavati da Gesù, e sono stati lavati per noi, per la gente che sbaglia, per la gente che pecca, per la gente che torna...
San Giovanni dice che Gesù si alzò da tavola, depose le vesti, si cinse l'asciugatoio, lavò i piedi e riprese le vesti. Nel testo greco sono adoperati gli stessi verbi che pronuncia Gesù quando dice: "Io lascio la mia vita per riprenderla di nuovo". Questa è una spia, ci fa capire che
questo gesto non è un gesto emotivo, ma è proprio la descrizione in formula breve della Passione, e quindi dell'Eucaristia. Questo gesto spiega la logica dell'Eucaristia: Gesù dice che la nostra signoria, la nostra affermazione, sta nel servizio.
Si alzò da tavola
Che cosa significa si alzò da tavola? Prima di tutto che
l'Eucaristia, quindi la Messa, non sopporta la edentarietà, non tollera la siesta, non permette l'assopimento della digestione. Tante volte, stando a Messa, ci sentiamo gratificati: che importa di tutto quello che succede nel
mondo, dei problemi della giustizia: Bangladesh, Sri Lanka, dove si trovano?
Che importa dell'Amazzonia, Burundi, che importa di tutta questa roba? Si alzò da tavola: non possiamo rimanere in chiesa; la Messa è una forza che spinge fuori! La Messa obbliga ad abbandonare la tavola, sollecita all'azione, spinge a lasciare le nostre cadenze residenziali. Ci stimola ad investire il fuoco che abbiamo ricevuto in gestualità dinamiche e missionarie. Questo è il guaio delle nostre Eucaristie: spesso ci si fiacca nel tepore del cenacolo. E' bello rimanere dove ti fanno indugiare le
cadenze dei canti, l'atmosfera di solidarietà e il trasporto
dell'amicizia...Se non ci si alza da tavola, l'Eucaristia rimane un sacramento incompiuto.
Depose le vesti
Chi si alza da tavola, infatti, deve deporre le vesti, non può andar via con il bagaglio. Quali vesti? Le vesti del tornaconto, del calcolo, dell'interesse personale. Se smaniate per diventare ricchi, se smaniate per le carriere rampanti, per scavalcare gli altri nel fare strada, se smaniate per avere il doppio, il triplo stipendio, usciamo da questa Chiesa! Se in casa vostra permettete che vadano avanti la logica dell'accumulo, del lusso, dello spreco, della mentalità borghese, del prendersi una, due, tre o quattro macchine, usciamo dà questa chiesa!
...Deporre le vesti del dominio, dell'arroganza...A volte siamo arroganti anche quando presentiamo Gesù Cristo! Quando, ad esempio, lo presentiamo con faccia arcigna, con rabbia, con fare riottoso, e, così, siamo intolleranti. Deporre le vesti dell'egemonia, della prevaricazione,
dell'accaparramento....
...Deporre le vesti significa ricusare il potere! Non possiamo amoreggiare col potere, non possiamo coltivare intese sottobanco offendendo la giustizia! Magari col pretesto di aiutare la gente!...
Avere potere significa salire sulle spalle degli altri per
elevarsi. Deporre le vesti significa questo: rimanere nudi. La Chiesa deve perdere i segni del potere e conservare, invece, il potere dei segni: il potere di porre dei segni che siano scrupolo, spina nel fianco del mondo.
Si cinse l'asciugatoio: la Chiesa del grembiule
Parlo spesso della Chiesa del grembiule. Il grembiule è
l'asciugatoio, l'unico dei paramenti sacri che viene ricordato nel Vangelo.
Gesù non mise né la pianeta, né la casula, né il camice...si cinse l'asciugatoio. Ma quando si parla di questo non ci si scalda tanto, fa più immagine la Chiesa del lezionario, la Chiesa del rito. Immaginate un
dibattito in televisione e un vescovo che vi partecipa con il grembiule!...
...solo se avremo servito potremo parlare e saremo creduti.
L'unica porta che ci introduce oggi nella casa della credibilità è la porta del servizio.
Leggiamo ancora il Vangelo di Giovanni: "Dopo che ebbe finito di lavare i piedi ai suoi discepoli riprese le vesti, sedette di nuovo e parlò". Dovremmo agire proprio come Gesù. Egli parlò soltanto dopo aver servito. Altrimenti la gente non crederà alle nostre parole. Se esse, infatti, non sono sorrette da una esemplarità forte, non producono nulla.
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:02/04/2010
BUONA PASQUA 2010
Operatori, volontari, amici del Centro Padre Nostro.
Chi come noi vive ogni giorno accanto alle sofferenze mute della povera gente, cerca di trovare le parole giuste per alleviare le loro pene, li cerchiamo nella nostra mente, nel nostro vocabolario, nel nostro cuore ma nessuna di essa sembra manifestargli il progetto di Dio che ha per loro per ognuno di noi.
Se sapessimo veramente, se avessimo veramente la percezione del grande dono che Dio ci ha dato
tante cose non li faremmo accadere.
È solo una la Parola che può sanare ferite insanabili, è la parola di Dio incarnata nel Cristo Risorto, quella Parola che prima ha dovuto patire la sofferenza, l'umiliazione, la morte prima di diventare sacramento per la nostra salvezza.
Preghiamo Dio affinché spiri in noi la sua Parola da porgere ai nostri fratelli ma che prima deve vivificare la fede che è in noi, altrimenti loro non la riconosceranno e guai a noi se attraverso la nostra vita, la nostra testimonianza gettassimo nello sconforto i "piccoli", i poveri del Signore.
"Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato" (Isaia 50, 4-7).
Giunga a voi il mio più sincero augurio affinché il Cristo risorto sostenga
i vostri e miei instabili passi.
Maurizio Artale
Presidente
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:29/03/2010
FURTO AL CENTRO PADRE NOSTRO SEDE ZEN (SAN FILIPPO NERI)
....almeno qualcosa accade!
Nell'immobilità assoluta delle istituzioni almeno qualcuno allo ZEN si muove, certo ne avremmo fatto anche a meno di quest'ulteriore "movimento", ma meglio che niente.
In una città dove tutto sembra normale, dove chi vive nell'illegalità ha il sopravvento su chi faticosamente vuole rispettare le regole, un altro "sfregio" al mondo del volontariato. Prima le scuole, poi la Radio 100 passi, ora il Centro Padre Nostro con sede allo ZEN in via Agesia di Siragusa 11.
Sono state prese di mira le attrezzature del Centro Padre Nostro dai "soliti ignoti", sì, perché questi non avranno mai nè un volto, nè un nome e cognome.
Alle ore 15.00 la Responsabile della sede del Centro Padre Nostro San Filippo Neri, Maria Carollo scopre che hanno rubato 2 computer, una stampante, 1 chiavetta internet, uno stereo HIFI e del materiale di cancelleria, tutto quanto necessario a tenere aperto il Centro per il recupero scolastico sostenuto da un contributo della Fondazione per il Sud nell'ambito del progetto G.ZEN.NET. Un danno pari a circa 3.000,00 euro.
I Centri Aggregativi, finanziati con i fondi della ex Legge 285/97, sono ancora chiusi, circa 3000 bambini per strada e 300 operatori a spasso.
Anche quando si riescono a trovare, con grande difficoltà, dei fondi privati ecco che chi rema contro il recupero di un territorio consegnato alla mafia si fa sentire, fa sentire la sua forza.
Se l'idea è quella di prenderci per stanchezza non ci riuscirete, ma una cosa vogliamo non dirla, gridarla ai malavitosi che vivono dentro e fuori dallo ZEN, a coloro che indossano l’abito della legalità per muoversi indisturbati e attaccarci alla spalle: non prevarrete.
Nella settimana della Santa Pasqua pregheremo affinchè il Cristo Risorto non trovi ostacoli nella vostra coscienza di lupi.
Maurizio Artale
Presidente
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE
DATA:22/01/2010
Centro di Accoglienza Padre Nostro
Parrocchia S. Gaetano
Maria SS. del Divino Amore
Carissimi,
L’anno nuovo è iniziato e tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo per una crescita civile e cristiana della nostra società.
Nel brano evangelico di Marta e Maria che molti conosciamo, la prima sollecita Gesù nel richiamare Maria al dovere del servizio, mentre la sorella sta seduta all’ascolto del Maestro, ma Gesù le risponde “Maria si è scelta la parte migliore”. Egli con questa frase vuole dare un principio.
“nessun Servizio alla carità può essere pieno se non nell’Ascolto” Don Pino incarna su di se le due immagini delle sorelle egli è un attento ascoltatore di Dio e degli uomini e nel medesimo momento un operatore della carità, per questo ci può dire, “se ognuno fa qualcosa tanto si potrà fare”. Ora non possiamo rimanere inerti d’innanzi alle sue parole e far fronte ai nuovi impegni e alle nuove testimonianze, a cui noi siamo chiamati a dare, dobbiamo prepararci. La Lectio Divina per noi è una occasione di ascolto per conoscere e imparare da Dio il nostro fare. La nostra presenza non è richiesta per un obbligo, ma per una necessità morale alla nostra appartenenza alla Chiesa di Cristo, di cui don Pino è stato pastore e guida per tutti noi. Esempio e modello di speranza e di gioia. in una società dove sembra che l’unico sentimento possibile sia lo sconforto e la desolazione. Noi cristiani dobbiamo portare il messaggio della speranza e per farlo accogliere dagli altri dobbiamo essere credibili nella testimonianza, dobbiamo dimostrare, con la nostra vita, che la fede del Cristo Risorto ha la forza di “trasfigurarci” e di fare “nuove” tutte le cose.
Con l’augurio di incontravi tutti nei quattro incontri che si svolgeranno presso la Parrocchia San Gaetano, via Brancaccio, 260, chiediamo la benedizione di Padre Puglisi affinchè ci predisponga, grazie alla sua testimonianza, all’ascolto della Parola di Dio che gli ha permesso di accogliere con un sorriso il suo assassinio dicendogli “me lo aspettavo”.
Il Presidente
Maurizio Artale
Il Parroco
Maurizio Francoforte
Consulta la locandina
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL PRESIDENTE - Auguri!
DATA:18/12/2009
“…Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà…”
Così gli angeli annunciavano la nascita del nostro Redentore, di Colui che ci avrebbe strappato dalle braccia della morte per volontà di Suo Padre, Dio.
Siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio…
Quante persone siamo riuscite quest’anno a strappare dalle braccia letali della mafia, del pizzo, dell’illegalità, della povertà, dell’usura, quante persone, a causa del nostro comportamento, abbiamo fatto allontanare dalle braccia di Dio?
A quante persone abbiamo sbarrato l’ingresso a quella grotta di Betlemme, credendoci che meno siamo a contemplare il “Bambinello” e meglio è per noi?
Raccogliamo le nostre ultime forze rimasteci per fare il bilancio di quest’anno che ormai volge al termine, prendiamo il coraggio a due mani e guardiamoci negli occhi, riappacifichiamoci con noi stessi e con gli altri, affinchè il nostro animo possa vedere, negli occhi del prossimo, quella “mangiatoia” piena del più bel “dono” che qualcuno ci abbia mai potuto fare.
Rivolgiamoci al nostro fondatore, Padre Pino Puglisi e affidiamogli il compito, ancora una volta, di portare d’innanzi all’Altissimo, tutte le nostre fragilità e la nostra buona volontà.
Augurando a Voi tutti e ai vostri cari di trascorrere un Santo Natale e un felice inizio d’anno, vi manifesto la mia riconoscenza per quello che avete fatto e continuerete a fare per il Centro Padre Nostro.
http://www.centropadrenostro.it
Il Presidente
Maurizio Artale
MESSAGGIO SCRITTO DA: IL RESPONSABILE
DATA:06/10/2009
L'azione dei volontari e delle suore del Centro padre Nostro deve essere un segno. Non per risovere i problemi di Brancaccio. No, è solo per dire: dato che qui non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche per dimostrare che si può fare qualcosa. Se ognuno di noi fa qualcosa, allora si può fare molto.
Riprendono le attività e ancora c'è molto da fare per i bambini, per gli anziani e le famiglie del quartiere. Chi di voi volesse fare "qualcosa" contribuendo con "piccoli" segni di impegno, rimboccandosi le maniche, può svolgere attività di volontariato presso il nostro Centro contattando la segreteria e dando la propria disponibilità. Basta poco per dare molto.
Un sorriso donato è un sorriso ricevuto che accarezza i cuori che anelano Amore
La Responsabile
Anna Federico