
30/09/2012
Sí, ma verso dove? ». Verso dove vogliamo che vada la nostra vita? Era una delle domande fondamentali, la provocazione prima, e forse la piú forte , che don Giuseppe Puglisi lanciava ai giovani, alle famiglie, agli uomini e alle donne del “suo” Sud tanto compromesso dalla mafia. Nato nella borga ta palermitana di Brancaccio il 15 se ttembre 1937, figlio di un calzolaio e di una sarta, nel suo ministero pastorale don Puglisi si spese sopra ttutto per i giovani e per le problematiche sociali e fu tra i primi a diffondere i documenti del Concilio Va ticano II tra i fedeli: il rinnovamento della liturgia , il ruolo dei laici, i valori dell’e cumenismo e delle chiese locali furono subito parte del suo desiderio di incarnare l’annuncio di Gesú Cristo nel territorio e in particolare nelle zone piú degrada te della periferia palermitana . Proprio l’attività pastorale del pre te palermitano fu il movente dell’omicidio, compiuto dalla mafia il 15 settembre 1993, giorno del suo 56° compleanno . Dall’anno successivo , la diocesi di Palermo ha scelto di celebrare sempre in quel giorno l’apertura dell’anno pastorale, per ribadire la scelta di camminare nella direzione traccia ta da questo «coraggioso testimone del Vangelo», come lo definí papa Giovanni Paolo II. Uomo di solida cultura teologica , filosofica e pedagogica (nella sua abitazione sono stati trova ti tremila volumi) don Puglisi sapeva tessere rapporti personali forti e stretti; continuo era l’impegno per la promozione umana e sociale, coerente la testimonianza di vita. Nella sua persona spiccavano il coraggio della denuncia, la forza del perdono , la carità scelta e assunta come a tteggiamento costante, la fedeltà al vangelo e l’incarnazione dei valori cristiani. Volle essere un pre te “fuori dalla sacre stia”; volle vivere fino in fondo i problemi, i rischi, le speranze della sua gente; desiderava , in quanto parroco , la liberazione e la promozione del suo popolo; agiva alla luce del sole, lontano dall’altare, con gesti che non volevano passare inosserva ti ma che erano scelte ben precise e compiute con la consapevolezza del loro effetto dirompente sugli equilibri ma fiosi. «Non dobbiamo tacere» diceva ai parrocchiani «è im portante parlare di mafia, sopra ttutto nelle scuole, per comba ttere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste . Tutte queste inizia tive hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello , sono soltanto parole. E le parole devono essere conferma te dai fa tti». Fedele fino in fondo alla sua vocazione e al suo ministero di evangelizza tore, don Pino era anche pienamente consapevole di andare incontro al proprio martirio: «Il discepolo di Cristo è un testimone . La testimonianza cristiana va incontro a difficoltà, può diventare martirio. Il passo è breve , anzi è proprio il martirio che dà valore alla testimonianza. Ricorda te san Paolo: “Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo”. Ecco, questo desiderio diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita ». E le sue ultime parole prima di morire furono: «Me l’aspe ttavo». Dopo un lungo processo canonico, con un suo decreto, il Papa ha riconosciuto il martirio “in odium fidei” del sacerdote palermitano e ne ha autorizzato la beatificazione. Paola Zampieri
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